C’era una volta…a Yellowstone

Quella con Kevin Kostner è la serie tv più bella degli ultimi anni?

Premessa
Ultimo aggiornamento: agosto 2023. “Per tutti i numi!”, come direbbero in un qualsiasi film anni ’80. Un’assenza molto lunga. Di nuovo.
Come mai? Difficile rispondere, più che altro perché si tratta di un intreccio di ragioni indipendenti ma convergenti. Ne scelgo due, non proprio random.
La prima, ovvia come la degenerazione cerebrale di Joe Biden, è stata la scarsità di tempo a disposizione. O meglio, la ridistribuzione del poco tempo libero in attività più urgenti.

La seconda è una sorta di allergia crescente, a tratti dirompente, nei confronti del brusìo social, il quale -se possibile- è ancor più in degenerazione delle cellule neurali del presidentissimo americano. Certo questo è un blog, tecnicamente quindi non fa parte della sfera “soscial”. Eppure non vi sfugge completamente per via dell’ombra sempre più larga di questi ultimi.
E la prima reazione di fronte a un cianciare sempre più vacuo, qualunquista e biliare è stato…il silenzio, il distacco. Anche perché – e questo è un fattore decisivo – con i social media e tutte le altre forme di comunicazione ci lavoro, quotidianamente. Quindi se non posso rifugiarmi in un Tibet silenzioso di giorno…lo faccio almeno di sera. Con la conseguenza di non aver tempo e voglia di far visita alla qui presente Isola.
E’ un periodo montanaro, insomma, non me ne vogliate.

Basta chiacchiere, parliamo di serie tv


Ok, adesso che ho rispettato la prima regola di questo blog, ovvero “Non c’è trippa per SEO”, posso concentrarmi sul topic di questo articolo.
Non me ne volere nemmeno tu, amica SEO, ma passiamo già troppo tempo insieme in ufficio, al di fuori di esso ho bisogno di altre frequentazioni. Più spontanee, libere e autentiche.
Grazie per la comprensione.
L’argomento dell’articolo è: ma quanto è bella Yellowstone?!
Mi ricollego a quanto accennato già lo scorso agosto, ma questa volta con la conoscenza totale della serie, avendone visto nel frattempo tutte le puntate uscite (finora) e anche tutti gli spin off realizzati.
E confermo/ripeto la domanda (che domanda non è, ma forte e chiara affermazione): quanto è bella Yellowstone?!

Yellowstone: un western contemporaneo con drammi familiari shakespeariani


La serie tv americana è salita rapidamente in cima alle mie preferenze all time – certamente nella top ten – perché: 1) girata benissimo, 2) scritta benissimo e 3) recitata benissimo.
Come mai ho scelto di essere così ripetitivo nel linguaggio? Scelta simbolica. Il motivo è che Yellowstone si ripete di stagione in stagione senza cali né cadute, mantenendo una qualità globale davvero impressionante.
In breve, per chi non ne ha mai sentito parlare: Yellowstone è una serie tv statunitense creata da Taylor Sheridan e John Linson e trasmessa in Italia da Paramount +.
Si tratta di un western contemporaneo che narra le vicende della famiglia Dutton, proprietaria di un immenso – e meraviglioso – ranch nello Stato del Montana. Il titolo della serie prende il nome del parco naturale di cui il ranch fa parte, lo Yellowstone (che esiste davvero ed è una meta turistica visitatissima).

Kostner torna a brillare dopo anni di ombra

Suddivisa in cinque stagioni, la serie terminerà proprio quest’anno, con gli ultimi episodi finalmente in fase di realizzazione dopo lo stop forzato causato dal lunghissimo sciopero che ha interessato il mondo della produzione cinematografica.
Protagonista iconico è Kevin Kostner, che veste i panni di John Dutton, padre-padrone del ranch e possibile terminale dell’albero genealogico di generazioni di cowboy.
Assolutamente perfetto in un ruolo cucitogli su misura, Kostner ha la voce ideale e il physique du rôle per interpretare un personaggio esule di un mondo che si avvicina al proprio declino in favore di una società e una cultura sfrenatamente capitaliste.
Il nostro Kevin indossa in maniera credibile e solida una maschera con le sembianze di una medaglia a due facce, che vede da un lato la conservazione di valori condivisibili come il rispetto della natura, del duro lavoro e di uno stile di vita semplice e in sintonia con la Terra e i suoi ritmi, e dall’altro le risacche di un tradizionalismo patriarcale, aggressivo e tipicamente “redneck”, o sudista se preferite.

Il mio giudizio sulla serie non è in alcun modo legato a diatribe politiche o filosofiche – che sarebbero comunque meno semplici del previsto in alcune aree tematiche – ma esclusivamente al valore artistico, cinematografico, espressivo.
Quella di Yellowstone è infatti una storia magnificamente raccontata, incisiva, emozionante, avvincente, decisamente memorabile.

Kelly Reilly all’apice della sua carriera


Co-protagonista e mattatrice assoluta è l’attrice britannica Kelly Reilly, che nello show veste i panni di Beth, la figlia di John Dutton, in grado di costruire e modellare un personaggio forte e carismatico tanto quanto discutibile ed enigmatico. La Reilly è di una bravura mostruosa e risulta terribilmente convincente nel disegnare una personalità con mille sfumature ma anche graniticamente coerente con se stessa. La amerete o la odierete, ma di certo la ricorderete.

Un altro elemento apprezzabilissimo di questa serie tv è la lente sempre doppia nell’inquadrare personaggi e vicende, una prospettiva che permette di evitare l’adozione di un punto di vista monolitico e miope.
Al contrario, ogni ruolo – principale o secondario – viene mostrato sotto luci e ombre, virtù e vizi, meriti e colpe, forza e debolezza, innocenza e colpa. Non ci sono santi o villain assoluti, solo i prodotti e/o le conseguenze di un sistema educativo, valoriale e societario che le ha plasmate, congiuntamente al DNA, all’indole singolare e a un vissuto specifico e personalissimo. Con il risultato finale – facendo un balzo olimpionico in avanti – di far innamorare un anti-americano come il sottoscritto di una creazione che trasuda americanità in ogni suo pixel. Mia grande fortuna, poi, ovviamente, è l’integrità della mia imparzialità di giudizio no matter what.

Un intero cast di successo


Faccio un brevissimo passo indietro, privilegio garantito dall’essere su un blog e scrivere a penna libera – senza dover per forza editare e perfezionare il testo – per menzionare un altro personaggio incredibile di cui mi ricordo adesso: Rip Wheeler, interpretato da Cole Hauser. Parte in sordina, con un ruolo secondario, ma cresce nel corso delle stagioni arricchendosi incredibilmente con tante sfumature e diventando sempre più centrale e carismatico. Che bellezza.

Gli spin-off

Potrei continuare a parlare per ore di questa serie, ma l’articolo esonderebbe se non in un romanzo…quantomeno in un trattato, ed è meglio evitare. Magari tornerò a parlare dell’argomento allargando il focus sugli spin-off della serie, che per ora sono tre (i titoli: 1883, 1923 e Bass Reeves) ma che sono destinati a diventare addirittura sei. Quelli finora realizzati posso definirli tutti belli, seppure non all’altezza della serie-madre (e te credo!). Però apprezzabili, davvero, soprattutto 1883 che racconta gli inizi dell’epopea della famiglia Dutton.

Ma per ora vi saluto. Lo faccio impegnandomi a non metterci di nuovo cinque mesi per tornare a scrivere e consigliandovi caldamente di vedere questa fantastica serie tv.

Phil

Chi non muore…si rilegge

Lettrici e lettori, buona est…onia? Siete stati nei Paesi baltici in vacanza? Just checking. Perché gli auguri di una buona estate non farei in tempo a farveli. Il tempo vola, e infatti mi ha sorvolato a tutta velocità lasciandomi capelli al vento. Quali capelli mi chiederete? Mi riservo la facoltà di non rispondere.

Chiedo venia per i pochissimi articoli scritti e pubblicati durante l’ultimo anno. Vicissitudini, peripezie, tragedie, stravolgimenti di prospettiva, piccole rivoluzioni di vita. Il classico insomma, per chi mi conosce personalmente ed è al corrente di quante me ne capitano. Altro che romanzi, film e serie tv…
“L’apocalisse è quello che c’è già” cantava un quarto di secolo fa il buon Giolindo (e sempre sto Giolindo, oh? Yep my friends, deal with it – lol). Siamo ben oltre le allegorie di Vespuccio infatti.
Siamo ben oltre i suoi paradossi in tutti i sensi e a tutte le latitudini, in realtà. Ve ne siete accorti? Ah no? In tal caso open your eyes, open your mind (proud like a god, don’t pretend to be blind. Trapped in yourself, break out instead. Beat the machine that works in your head).

Perché vi scrivo proprio oggi? Solo per farvi sapere che sono ancora vivo. Per ora, quantomeno. Tutto qui.

Cosa ho visto e/o ascoltato di rilevante e degno di nota ultimamente?
Difficile rispondere. Dovrei prender nota di tutto, con la memoria a groviera che mi ritrovo. E considerando, soprattutto, le tantissime cose che faccio – film e serie che guardo, album che ascolto (meno del solito, ma per fortuna compenso con tantissimi concerti e concertini però) e libri che leggo (anche qui siamo al di sotto della mia media personale, lo ammetto. Il motivo è che sono in costante e frenetico movimento).
Perciò scriverò di pugno tutto ciò che mi viene in mente al momento. Ci saranno delle lacune, ma pazienza. Paciencia-innocencia diceva un Topo Manager di mia conoscenza.

Certamente degno di nota è il nuovo film di Ken Loach, The old oak, che mi è piaciuto molto. Impegnato, intelligente, onesto, profondo ma al tempo stesso anche leggero. Il solito inimitabile Ken, insomma.
Del resto non posso che testimoniare un vuoto fragoroso nelle uscite cinematografiche, imho. Perfino i film di cui avevo sentito “belle cose” mi hanno quasi sempre deluso durante l’ultimo anno passato in sala.
Attendo con fiducia il nuovo di Nolan, Oppenheimer, uscito proprio in questi giorni. La mia fiducia in lui è totale e la mia stima per Cillian Murphy enorme.

Un po’ meglio è andata con le serie tv. Sto recuperando le stagioni in arretrato della pluripremiata Succession (interpretazioni notevoli che dipingono personaggi odiosi e realisticamente spregevoli 100% made in USA) e mi sono perdutamente appassionato a Yellowstone, che non avevo ancora visto (una delle serie più belle degli ultimi anni, secondo me. Bravi tutti gli attori e con una Kelly Reilly che è semplicemente divina, da oscar).
Non male la stagione conclusiva di Mayans MC, ma rimaniamo distanti anni luce dalla bellezza della “serie madre” Sons of Anarchy.
Pollice alzato anche per The last king of the cross, serie australiana solida e avvincente.
Non mi è dispiaciuta nemmeno The last of us, da molti immeritatamente criticata a mio parere.

Per quanto riguarda uscite discografiche e concerti spero di riuscire a scrivere un pezzo ad hoc prossimamente. Stay tuned, quindi.
Per quanto concerne i libri invece…posso uscirmene con un no comment?
Tante delusioni. Periodo sfortunato. L’unico libro di un certo peso – in tutti i sensi – è stato Scemi di guerra di Travaglio. Molto interessante, ma decisamente non si tratta di un romanzo.

Come avrete intuito dalla scrittura di rigo in rigo sempre più accelerata e sintetica…I’m running out of time. Perciò vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo, previsto per dicembre. Del 2026.
No, dai, scherzo. Dopo tutto questo blog non è Berzerk (battuta ad appannaggio esclusivo dei lettori del compianto Kentaro Miura, sorry).

A presto, insomma. Ad maiora.
Phil

Mad Men, amore a primo slogan

La storia della pubblicità (e di una nazione) in una serie tv ai limiti della perfezione

Con Mad Men mi è accaduto qualcosa che non provavo da tempo: una famelica e inarrestabile voglia di divorare l’intera serie in un sol boccone. Impresa ardua, anzi impossibile, considerato che parliamo di 92 episodi spalmati in 7 stagioni.

Data la bellezza della creazione di Matthew Weiner (già co-autore e co-produttore de
I Soprano) mi sono imposto una visione cadenzata, per prolungarne il piacere nel tempo e per assimilarla e gustarla al meglio, con dovizia di particolari.
E’ stata un’ottima idea, poichè il binge watching – che comprendo ma non supporto in alcun modo in quanto eccessivamente compulsivo – subito dopo il piacere dell’abbuffata mi avrebbe lasciato un’eredità emotiva e intellettuale molto più melliflua.

Mad Men è una serie tv creata da Matthew Weiner, prodotta dalla Lionsgate Television e
trasmessa dalla AMC tra il 2007 e il 2015.

Al contrario mi trovo adesso, subito dopo aver visto l’ultimo episodio, in una condizione di orfanezza: i personaggi di Mad Men sono entrati così in profondità nella mia vita quotidiana e nel mio immaginario cinefilo che ne sento concretamente la mancanza.
Il che, malinconia a parte, la dice lunga sul valore di quanto Weiner e soci hanno realizzato tra il 2007 e il 2015. Un capolavoro, in poche parole.
Mad Men ha fatto incetta di premi e nomination nel corso degli anni (fatico a contarli), e non a caso. La bellezza di questa serie tv passa dal cast alla sceneggiatura, dalla fotografia alla regia, dal valore storiografico ai contenuti culturali, dall’iconografia alle musiche.

Mad Men è diventata molto rapidamente una delle mie serie televisive preferite di sempre e, bisogna ammetterlo, un’onesta parte del merito spetta a Don Draper, il protagonista.
Un personaggio nel bene e nel male carismatico come pochi altri, ben scritto, descritto e sviluppato, e divinamente interpretato da Jon Hamm.

Curiosità: il titolo è un gioco di parole che rimescola la parola Adman, termine che indica
un professionista della pubblicità, il significato letterale “Uomini Matti”, inteso in senso ironico,
e Madison Avenue, distretto newyorchese dove avevano sede le principali
agenzie di comunicazione negli anni ’60

Affiancato, sorretto ed edulcorato da un cast ai limiti della perfezione, Jon Hamm ha guidato magistralmente una piccola grande epopea della storia della pubblicità moderna, partendo quasi dai suoi albori e descrivendone l’ascesa nella sfera dell’arte, perchè di questo si tratta. La serie mi sta particolarmente a cuore anche perchè, lo ammetto, è totalmente incentrata sulla mia professione, nonchè sul mio ruolo lavorativo. O quantomeno di com’era al principio, quando alla sua base la componente creativa era dominante.

Da un lato è emozionante, quindi, mentre da un altro atterrisce, se si pensa a quanto la comunicazione, cambiando, si sia involuta in forme e tonalità che catturano l’occhio sovrastimolato, distratto e pigro del cittadino/consumatore contemporaneo.
Chiudo qui il mio excursus sulla comunicazione d’oggi poichè scoperchia un vaso di Pandora che sarebbe difficile richiudere o pensare di esaurire in poche righe senza il rischio di risultare banale o di mostrare il fianco a misunderstanding quasi inevitabili.

Torniamo a Mad Men, quindi. Lo faccio mettendo a nudo un’altra delle mie debolezze nei suoi confronti: non mi era mai capitato prima d’ora di innamorarmi di così tanti personaggi femminili in una sola serie televisiva.
Il direttore del casting è il rivale che non vorrei mai avere, poichè a quanto pare ha i miei stessi gusti. Gusti che ha trasfuso nel personaggio di Draper, passando per mogli, ex-mogli e amanti. In particolare January Jones e Jessica Parè, tanto belle quanto brave, se non perfette nei ruoli loro assegnati.
Che dire di Christina Hendricks ed Elizabeth Moss (The Handmaid’s Tale) ?
I ruoli che interpretano sembrano cuciti su misura per loro, e vederle all’opera è ammaliante. Bravissima anche la giovanissima Kernan Shipka e la mia cara Maggie Siff, indimenticabile interprete in Sons of Anarchy.
Perchè parlo solo di donne? Meravigliosi anche i co-protagonisti, e perfino le comparse, di sesso maschile (soprattutto John Slattery e Vincent Kartheiser) ma a brillare lungo il corso delle sette stagioni, oltre al mattatore assoluto Hamm, è proprio la componente femminile del cast.

Coerente, solido, sensato, brillante nell’allusione conclusiva: il finale di Mad Men corre – ma va? – anch’esso lungo i binari della perfezione. Chapeau.

Avevo sentito spesso parlare di questa serie tv in passato, ma chissà per quale arcano motivo non mi ero mai deciso a guardarla. Quando l’ho fatto, negli ultimi mesi, è stato amore a prima vista. Uno di quegli amori che non si dimenticano e che, finendo, ti spezzano il cuore. Come farà il cinefilo che è in me senza Mad Men? Mi innamorerò di altre serie – o almeno spero – ma resterò sempre e comunque vedovo di Draper & friends.

Phil

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Babylon, una cavalcata cinefila frenetica e travolgente

Chazelle ci regala un’epopea sul cinema anni ’20 che ricorderemo

Il nuovo film di Damien Chazelle è un portentoso cavallo imbizzarrito.
Un cavallo di razza, istrionico, colorato e con i polmoni d’acciaio che lo fanno correre per tre ore piene senza sosta né cali di intensità. Chapeau, amici miei.
Siamo solo a gennaio ma credo di aver appena visto uno di quelli che si riveleranno Film dell’anno.

Non è la prima volta che un regista azzarda un’epopea sul cinema stesso e sulla sua storia. Anzi, è recentissima l’ultima dichiarazione d’amore dedicata al grande schermo – è quella di Spielberg, che con The Fabelmans ha realizzato un gran bel film raccontando la propria storia personale. Altre tre ore di pregevole fattura.
Con Babylon, però, siamo a un livello superiore, imho. Basterebbe anche solo il finale, che paragonerei a una cavalcata rock’n’roll di fine concerto negli anni ’70. Tutto torna.

Come sempre non mi calo nelle profondità di un’analisi tecnica dell’opera filmica, sia perché non sono – né vorrei mai essere – un critico cinematografico, sia perché non è nella natura stessa di questo blog.
Non posso però esimermi dal puntare i riflettori su un cast meraviglioso, che può contare su Brad Pitt, Margot Robbie, Diego Calva, Tobey Maguire, Jean Smart e tanti altri comprimari di valore. C’è perfino Flea dei Red Hot Chili Peppers, che con il cinema non c’entra niente ma che non sfigura affatto.
Tutti in formissima, tutti ispirati, tutti traboccanti della stessa energia che pervade la pellicola dall’inizio alla fine.

Babylon è un film del 2022 scritto e diretto da Damien Chazelle

Perfette le musiche, accecanti i colori e la fotografia, incalzante il ritmo delle sequenze.
Il regista americano ha realizzato un piccolo capolavoro secondo me.
Avevamo già capito che Chazelle avesse talento da vendere guardando Whiplash e La La Land (ma anche First Man, che a me non era per niente dispiaciuto).
Se n’erano accorti anche a Hollywood, non a caso trasformandolo nel 2017 nel più giovane regista di sempre a vincere un Premio Oscar.

Questo è uno di quei film che guardare in lingua originale non è una scelta ma un obbligo morale. Non sono un integralista delle V.O. né tantomeno un talebano che si lancia in una guerra santa al doppiaggio, ma in questo caso il valore aggiunto della versione originale raggiunge proporzioni tali da renderlo, secondo me, non solo caldamente consigliato ma addirittura obbligatorio.
Anche solo per poter ammirare Margot Robbie, divina e forse alla sua migliore performance di sempre.
Vorreste proprio ascoltarla recitare, fidatevi. Fatelo, se potete.

Concludendo, come riassumere l’esperienza in sala in tre righe?
Fino a metà della sua durata Babylon sembra “solo” un film estremamente divertente ed esilarante, ma poi rivela pian piano una propria profondità narrativa che colpisce il cuore di chi ama e conosce il cinema sin da bambino.
Il finale, gli ultimissimi minuti, poi, sono secondo me quelli che lo relegano nell’Olimpo delle pellicole memorabili.

Phil

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Volver, un saluto a Venezia

Tornare.
A distanza di pochi anni da quando l’ho lasciata, fermandomi per alcuni giorni a Venezia
mi sono incamminato lungo il sentiero della memoria.
Ho riavvolto il nastro del periodo in cui vi sono arrivato e ci ho vissuto, e ho ripercorso l’evoluzione del mio rapporto con la Serenissima in cinque fasi.
Perché tornare spesso contribuisce a rielaborare, a focalizzare, a comprendere più nitidamente.

La prima fase fu – naturalmente, direi – l’INCANTO, ovvero il rapimento dovuto alla bellezza della città (che avevo già visitato più d’una volta, ma sempre da bambino).

La seconda fase fu lo SMARRIMENTO, dovuto allo scontro-incontro con una città dalle dinamiche profondamente diverse rispetto alle altre città d’Italia (e forse del mondo).
A Venezia tutto funziona diversamente, spesso apparentemente al di là della logica.

La terza fu l’ASTIO, dovuto alla costante sensazione che la città mi respingesse, rendendo complicate anche le cose più semplici. E mostrandosi, quantomeno all’apparenza, disegnata e gestita più su misura dei turisti che delle persone che decidono di fermarsi a viverci.

La quarta fu l’ACCETTAZIONE, ovvero la resa spontanea e sincera allo spirito e alla bellezza della città, che prendono il sopravvento su tutti gli altri aspetti non appena si riesce ad adattarsi alla sua diversità.

photo by phil_wallace_marino

La quinta fu l’INNAMORAMENTO, inevitabile, con accezione mitologica anche fatale. Ineluttabile quando Venezia diventa parte di te con la propria anima romantica e malinconica, profonda ed esistenziale, al di là del tempo e dello spazio.
Una forza magnetica della quale percepisci spesso il richiamo quando le sei lontano.
E non puoi far altro che tornare, anche se solo per la durata di un respiro.
Volver.

Phil

Margini, un film punk sulla provincia

Un film sulla provincia e sul punk. Una commedia, commedia amara.
Sotto un certo punto di vista mi ha ricordato il mio romanzo.
Cos’hanno in comune?
Non molto, ma una cosa di sicuro: la provincia!
Anche se il film è meno caustico del libro (e va bene così).

Uscendo dalla sala ho ascoltato il commento di un gruppo di irriducibili punkettoni.
Non avevano capito quasi niente dello spirito e del sottotesto della pellicola.
Nemmeno il finale, che nel suo minimalismo io ho trovato di un realismo assordante, perfetto.
Non è colpa loro però, che anzi qualche tiepido commento positivo l’hanno anche dato nonostante la loro posizione da ultrà musicali.

Margini è un film italiano del 2022 diretto da Niccolò Falsetti


È che si tratta di un mondo così lontano da essere incomprensibile per loro.
La provincia è una dimensione a sè stante, con un linguaggio tutto suo, dinamiche peculiarissime e una malinconia, una deserticità stoica che può risultare ermetica a chi ne è estraneo.

Immagino che anche leggendo il mio libro, qualcuno nato e cresciuto in città possa aver avuto difficoltà a comprenderlo fino in fondo.
Mi sono chiesto: un limite del romanzo, così come del film?
No, l’universalità non può e non deve essere un fine univoco, una meta obbligata.
Anche perchè quella è una prerogativa molto pop.
Mentre romanzo e film, in modi profondamente diversi l’uno dall’altro, hanno un’attitudine ruvidamente punk.
Insomma “bella così”, come si dice a Copenhagen.

Phil

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Anime fiammeggianti, monadi, CCCP e io

Pensieri randagi in una serata di fine estate

Avrete notato che approfondisco spesso e volentieri tematiche annesse e connesse ai CCCP o alla loro evoluzione, i CSI.
Di mezzo, in pratica, ci sono sempre Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni.
Il motivo non può essere, e non è infatti, solamente legato alla loro musica (che amo comunque in modi difficili da esprimere a parole).
Sono inevitabilmente e palesemente coinvolte affinità estetiche, intellettuali e poetiche.
Con tutte le contraddizioni, le ortodossie e gli anticonformismi tout court e contre tous del caso.
Del loro lato politico non me ne sono mai curato, invece. In primis perchè hanno espresso in altri modi e in ulteriori forme concetti e critiche molto più potenti di gran parte degli schieramenti politici esistenti. In secondo luogo perchè essi stessi, in realtà, si sono spinti molto oltre posizioni politiche già ai tempi in cui venivano considerati – da chi non ne coglieva fino in fondo provocazioni e sfide – schierati CON qualcuno o qualcosa invece che CONTRO molti personaggi, tanti sistemi, numerose dinamiche.
Se c’è infatti una parola che li descrive meglio è proprio la suddetta preposizione/avverbio: contro. Contro chi? Sarebbe meglio chiedersi contro cosa, ma finirei di scriverne a dicembre…dell’anno prossimo!
Un “contro” mai distruttivo ad ogni modo, bensì costruttivo, in quanto spinta a riflettere.
Una spinta a volte dolce e altre fastidiosa, dolorosa. Gioiosa e triste come due facce della stessa medaglia. Com’è la vita stessa, com’è senza desiderio di nascondersi il punk.
Ma sto divagando.

Non sono un grande estimatore della mistica, ma al tempo stesso – ed ecco affiorare le contraddizioni dell’essere umano, nessuno escluso – non riesco a negare del tutto la coincidenza/fatalità che ha visto i CCCP e il sottoscritto nascere quasi in contemporanea.
Non solo nello stesso anno, ma anche nella stessa stagione: in un autunno a Berlino, quando Ferretti e Zamboni si sono conosciuti ed è nata l’alchimia, la simbiosi, la stella danzante, la promessa di una distorsione che avrebbe scosso e percosso migliaia di persone con sentimenti e pensieri molto poco allineati a un’egemonia culturale d’oltreoceano che stava corrodendo, consumando e comprando l’anima di un intero continente, mentre ne faceva a pezzi altri.
Sì, così come l’avete appena letto, tutto d’un fiato.
Un’invasione che ci ha trovati pavidi, fragili, distratti, pigri, e facilmente corruttibili.
Non meno colpevoli quindi, in quanto complici.
Si sono disgregati i CCCP e il muro di Berlino prima, i CSI e la controffensiva all’invasione totale del consumismo poi. A resistere siamo rimasti come monadi – sapientemente distanziate da un super-organismo autosufficiente che non ha più nemmeno bisogno dei propri creatori – in un deserto digitale alienante, allucinante, annichilente.
Siamo rimasti fuochi isolati in un buio sempre più profondo. Eppur ancora ardenti.

Non posso sapere, nè pretendo di farlo, cosa il buon Giovanni volesse davvero dire con le – bellissime – parole che seguiranno, ma riesco facilmente a “vedere” le immagini che disegnano nella mia mente e gli echi che giungono al mio cuore.
E, a modo mio, le recepisco, le introietto. Sono in qualche modo mie in quanto parlano di me, seppure a pronunciarle sia stato qualcuno a me estraneo, che non ho mai conosciuto (di persona!).
Perchè si sa, le parole possono prendere vita propria e inseguire l’evoluzione scritta nel proprio dna semantico ed emozionale. Non tutte le parole naturalmente, solo alcune.
Quelle che, come faccio adesso, sentiamo la necessità di dover condividere, anche solo per prolungarne la vita.
E per raggiungere invisibilmente e immaterialmente le altre anime monadi fiammeggianti, ovunque esse siano.
Lascio la parola al buon Giovanni.
Buona fine dell’estate,
Phil

Ci sono molti fuochi,
ci sono fuochi che mangiano e fuochi che bevono.
C’è un fuoco che respinge il fuoco
e uno che lo attira,
c’è un fuoco che genera e un fuoco che consuma,
c’è un fuoco che illumina e uno che confonde.

Ci sono anime determinate dal fuoco, a loro tocca bruciare e tante sono le

possibilità del bruciare quante le anime che bruciano.
Diverse in tutto e a loro volta cumulabili in grandi famiglie.

Braci e tizzoni covano nella cenere, sono riconoscibili solo al contatto diretto.
Bisogna toccarli, smuoverli, stringerli, aggiungere dell’altro per rendersene 
conto e non è facile. Possono far male, molto male, inaspettato.


I fuochi fatui si illuminano un attimo, non hanno consistenza.
Uno scoppio di volontà e tutto finisce
adatti ad un mondo virtuale occupano per un attimo il luogo dell’apparenza. 
Belli, possibili, inutili, in forte crescita.
Possono solo confondere, per un attimo. Basta un sorriso a farli svanire
.

Le anime fiammeggianti sono visibili sempre,
anche da lontano, anche se distratti.
Si possono evitare.
Non nascondono la loro essenza, come potrebbero?
A guardarle da lontano riempiono gli occhi,
a starle a sentire palpitano e scoppiano.
Troppo vicine fanno male, scottare è la loro natura.
Possono far bene, molto bene.
Scaldano, illuminano, consolano, ma
bisogna essere predisposti, ardere.
Oppure stare alla larga.
Consultare l’Autorità.
Arruolarsi nei Vigili del Fuoco.

Giovanni Lindo Ferretti

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Elvis, un film sull’amore per la musica

Sarò breve: se amate la musica correte in sala a vedere Elvis, il nuovo film di Baz Luhrmann.

Premetto di non essere un fan sfegatato nè di Presley, per quanto ne riconosca il ruolo fondamentale e seminale per generazioni di creatori e ascoltatori di rock e derivati,
nè del regista australiano, per quanto adori un paio dei suoi film.
Quindi perchè tutto questo calore? Perchè la pellicola ne è pervasa!
Pur essendo il cantante di Tupelo il protagonista, ad avere un ruolo ancor più centrale è la musica stessa. Ve ne accorgerete.

Del resto il biopic di Luhrmann esplora più che la vita dell’icona rockabilly la sua ascesa (insieme alla caduta) in maniera congiunta e inseparabile al rapporto – di cui si sono scritti tonnellate di articoli, gossip e denunce – con il manager Tom Parker, detto “il Colonnello”.
Il tutto non mancando mai di descrivere il contesto e lo spirito dei tempi, tanto a livello culturale quanto socio-politico. Senza mai appesantire però.

Già, perchè di Elvis ci è arrivata un’immagine un po’ sbiadita, quella della star eccessiva e sfarzosa, eccentrica e un po’ ridicolosamente imitata. Presley però è stato anche un grande innovatore a livello musicale, e un ribelle che in varie occasioni si è fatto portavoce del popolo.

Inizialmente il film mi ha fatto sorridere, per via di alcune scelte stilistiche del regista,
ma una volta entrato nel mood ne ho compreso gli intenti. E nel finale confesso di essermi anche commosso.
Fuori dalla sala alcune persone, comunque soddisfatte, dicevano di essere rimaste a tratti attonite, a causa della velocità e del ritmo travolgente del film, e altre di essersi quasi “sballate” per via di un effetto caleidoscopico di cui la pellicola è intrisa. Nulla da eccepire, tutto vero. Tutto coerente con lo spirito travolgente, sincero e maledetto del rock’n’roll.

Fantastiche le interpretazioni di Austin Butler nei panni di Presley e di Tom Hanks in quelli del Colonnello.

Due ore e quaranta (eh già) della mia vita decisamente ben impiegate, insomma.
E per una volta mi trovo anche in accordo con la platea di Cannes, visto che all’anteprima dell’edizione 2022 del festival francese il film ha ricevuto una standing ovation di 12 minuti.

Viva Las Vegas!
O forse no, visto l’epilogo.
Di sicuro, però, evviva Elvis Presley, the King.

Phil

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Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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Majakovskij, in memoria di un immenso poeta

Il 14 aprile 1930 Vladimir  Vladimirovič Majakovskij decideva di affrontare un viaggio
senza ritorno.
Prendeva commiato così, con questa lettera:

“A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno.
E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare.
Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi.
Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta.
Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma,
le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja.
Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio.
[…]
Come si dice, l’incidente è chiuso.
La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano.
La vita e io siamo pari.
Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci.
Voi che restate siate felici.”

Perfino nei saluti le sue parole brillavano di una bellezza, di una profondità e
di una onestà uniche.

In memoriam,
Phil

Vladimir Vladimirovič Majakovskij 
(7 luglio 1893 – 14 aprile 1930)
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